Il tatuaggio globale – L’Espresso – 21 agosto 2009

IL TATUAGGIO GLOBALE
di Nicolai Lilin

Fregi polinesiani e simboli maori, Leonida e il Che, nomi e cifre. Sulla pelle si disegna di tutto. Facendo spesso esibizione d’ignoranza. Lo scrittore d’origine siberiana racconta la sua ‘febbre del tatuaggio’ e una passione senza confini geografici.

Quando ero bambino mi capitava spesso di imitare gli adulti: ero attratto da loro, volevo somigliargli in tutto. È così che mi è venuta la febbre del tatuaggio. La maggior parte degli anziani, i ‘nonni adottivi’ con cui passavo il tempo a parlare e imparare le regole della vita, erano tatuati e quindi, essendo loro ‘fan’ come direbbero i giovani di oggi, anche io volevo al più presto possibile immergermi in questa antica cultura, che sapeva di qualcosa di segreto, di profondamente misterioso.

Il tatuaggio mi sembrava una forma di iniziazione, attraverso cui ogni giovane poteva far vedere agli altri di essere pronto ad affrontare pericolo e dolore, ma soprattutto mostrare che ha la capacità di prendere una decisione definitiva. Insomma, era un simbolo di maturità. È proprio questo il legame alla parte più importante della tradizione del tatuaggio criminale siberiano, il fatto di mostrare agli altri la fedeltà e la determinazione verso la propria cultura. Una volta, quando la comunità siberiana aveva un peso e gli anziani che mi hanno fatto crescere erano giovani e facevano parte di un sistema sociale complesso e difficile, i messaggi che portavano addosso erano chiari e forti. Il mondo filosofico interno e la base educativa di ogni membro della comunità degli Urca, la mia etnia d’origine, veniva rappresentato attraverso il simbolismo delle immagini tatuate: il tatuaggio era la vita, e la vita era tatuaggio. Era fondamentale mostrare a tutta la società e soprattutto a loro stessi, la volontà di trasformare il proprio corpo in una icona vivente.

Quando ero adolescente, mi circondavano due mondi, due culture completamente opposte e contrarie. Uno era quello degli anziani, nel quale loro si identificavano e nel quale spesso riuscivo a calarmi anche io, grazie ai loro racconti; ricordi che spesso condividevano con me con semplicità e umiltà tali da far crescere una profonda ammirazione. Il loro mondo era scomparso, era quella parte di passato che lascia la sua impronta solo nelle anime di chi l’ha vissuta. Nel mondo dei vecchi mi sentivo a mio agio, condividevo le loro regole, ne capivo le ragioni e accettavo la filosofia educativa. L’altro mondo era quello vero, reale, attuale. Era il mio paese sfasciato – la Transnistria – distrutto e ridotto a pezzi da speculatori e politici corrotti. Una società decadente, dove i giovani perdevano tutti i valori sviluppati e tramandati dalle generazioni precedenti. Era il trionfo del dio denaro che ha posseduto le menti e le anime di tutti. Io ero molto giovane e avevo poche possibilità analitiche riguardo la sociologia e la geopolitica, ma per qualche via naturale comprendevo tutto il degrado della società post sovietica e lo vivevo male: cercavo di scappare, nascondendomi nel mondo ideale che mi offrivano i miei vecchi. Un mondo dove i valori ancora avevano un potere, dove l’equilibrio nella società era stabile. E dove criminali che io definisco ‘onesti’ portavano le loro storie di vita addosso, nella forma dei tatuaggi, e combattevano le ingiustizie con il loro spirito libero.

Io crescevo nella società ‘moderna’, dove ogni cosa mi dava un enorme fastidio, perché andava contro i principi che mi insegnavano i vecchi. I miei amici che cercavano di seguire gli idoli contemporanei, copiavano personaggi dei blockbuster americani, parlavano una lingua che io non comprendevo e mi prendevano in giro, perché io mi comportavo come uno che era rimasto indietro nel tempo. Quello era il momento in cui nell’ex Unione Sovietica stava crollando tutto. Il tempo nel quale per essere un ragazzo ‘normale’, accettabile dagli altri, era necessario vestirsi alla moda e esibire nuovi acquisti passeggiando come dei galli per la via principale del paese, proprio come fanno le modelle sulle passerelle; consumare droga e alcool; bestemmiare e agganciare a ogni parola una parolaccia sofisticata; non rispettare i genitori e gli anziani; rubare soldi nella propria famiglia e vantarsi di questo. Io ero uno dei pochi a non farlo, ed ero considerato fuori moda. Forse è anche grazie al mio comportamento di allora che oggi sono sano e salvo, mentre la maggior parte dei miei coetanei sono morti da un pezzo, uccisi dalla droga, dagli affari disonesti, dal carcere e dal comportamento troppo spregiudicato nella società violenta, una società che non perdona gli sbagli.

Mi ricordo la prima volta in cui ho visto un tatuaggio diverso, quello che oggi chiamo ‘un tatuaggio globale’: rimasi scioccato. A portarlo era un uomo giovane, il tatuaggio era un segno strano sul braccio. Lui era il vigilante di un negozio della mia città. La nostra cultura vieta di fare domande personali sui tatuaggi, ma poiché ero molto curioso non ho resistito e gli ho chiesto cosa rappresentasse. Mi ha risposto compiaciuto perché avevo notato il suo fregio e con un tono di vanteria ha spiegato: “Non rappresenta proprio niente, l’ho fatto a Odessa. Ero ubriaco, sono finito in una cantina da un tatuatore tossico.”. Io ero mortificato. Per me significava la morte di tutto ciò che avevo imparato dai vecchi, la morte della tradizione, la negazione della dignità. Nel giro di qualche anno nella mia città sono comparsi tantissimi ragazzi che portavano sulla pelle tratti simili se non identici. E se gli domandavi il perché, ti rispondevano sempre: “Così, perché lo fanno tutti.”.

Ho compreso che quelli erano i segni di un nuovo mondo, dove cultura e arte sono dominate solo dal fattore economico. Non c’è scampo: niente filosofia o tradizione, tutto spazzato via dal potere del denaro, dall’individualismo e dalla voglia di esibire. La nuova società ha distrutto tutto quello che una volta era essenziale per assicurare l’integrità etica e morale di ogni essere umano. A partire dai tatuaggi: nel villaggio globale regnava il tatuaggio globale.

Nell’Italia di oggi, come in tutto mondo moderno, la tradizione del tatuaggio ha subìto le stesse violenze. Ad esempio, quello che una volta era complessa cultura dei tatuaggi dei camorristi, oggi è diventata una specie di logo con il quale tanti giovani si marchiano la pelle. Senza dare alle immagini nessun significato, all’interno di una trasformazione quasi teatrale, solo per somigliare visualmente a quelli che una volta portava questi tatuaggi all’interno della cultura antica, indicando attraverso quei simboli una posizione sociale particolare se non un unica. Così tutte le immagini, con le quali i camorristi si identificavano nel passato, oggi non hanno più nessun significato, perché sono state ‘globalizzate’. È una metamorfosi negativa, una propaganda pericolosa. In questo modo le persone pubblicizzano con il loro corpo il sostegno al crimine e all’illegalità, danneggiando nei giovani il senso civico, il rispetto per lo Stato e le istituzioni. No, il tatuaggio non era questo.

C’è poi nelle nuove generazioni chi cresce cercando valori asociali e lo manifesta come forma di ribellione. Una ribellione seria – e noi in Transnistria abbiamo dovuto viverla con le armi in mano – deve avere motivazioni serie, deve essere lotta e quindi istinto di sopravvivenza. In questi ribelli che vedo oggi ci sono solo immagini superficiali, solo look: anche la ribellione è diventata una merce da vendere e comprare, un vestito da indossare a seconda delle mode. Credo che Che Guevara si giri nella tomba, infastidito e arrabbiato per la quantità di t-shirt e gadget con il suo volto, indossate o addirittura tatuate sul tricipite di ragazzi che hanno idee politiche confuse e contribuiscono così a quel consumismo contro cui lui credeva di combattere.

Lo stesso vale per i disegni maori e polinesiani, dai significati ormai privi di senso. Gli stessi maori ammettono che la loro cultura del tatuaggio è stata ormai persa: colpa della repressione dei colonizzatori britannici, che vietavano ai maori di parlare la loro lingua, di scrivere e persino disegnare nella tradizione dei loro antenati. Anche il tatuaggio era stato proibito, riconoscendone con questo bando il suo potente valore simbolico. E allora perché gli italiani e tutti gli occidentali si riempiono il corpo di questi arabeschi oscuri? Non c’è da stupirsi nella reazione allibita del cliente che scopre il significato della simpatica tartaruga polinesiana che porta sul braccio: in quegli arcipelaghi identificava le spose, era il segno della femminilità matura. Cosa fate a quel punto, se siete un maschio che non ha nessuna pulsione femminile? Cambiate sesso per essere in tema con il tatuaggio? Lo cancellate? Oppure scegliete di andare avanti nella beata ignoranza, godendovi il look aggraziato, soffocando il pensiero che vi attraversa la mente quando vi guardate nello specchio. Un pensiero che sussurra: “Sei talmente stupido che ti sei fatto tatuare un’immagine che ti identifica come donna.”.

Le spiagge di agosto sono affollate di persone che sfoggiano la loro ignoranza, portando sulla pelle i segni dei propri limiti, mostrando l’assenza di rispetto verso la cultura e la tradizione. Ma soprattutto testimoniano a tutti la mancanza di rispetto verso se stessi. Per me, educato alla sacralità del tatuaggio, camminare in mezzo a loro è una specie di tortura. Il trionfo di una cultura globalizzata che non è più cultura. Di più, è un modo di costruire il futuro rifiutando il rapporto con il passato, con i nostri valori, con quella storia che può aiutarci a capire il mondo. Invece tutti rubano immagini superficiali, strappandole da un catalogo di luoghi comuni.

Su una spiaggia sarda ho notato un ragazzone palestrato, con numerosi anelli nelle orecchie, nelle sopracciglia e anche nei capezzoli. Era molto fiero di sé, dei suoi tatuaggi. Mi hanno colpito alcune lettere greche e sul braccio gonfiato il volto di Leonida interpretato dall’attore Gerard Butler in ’300′. Quel giovane voleva identificarsi negli spartani delle Termopoli, eroi che hanno dato la vita per la patria: posso anche capirlo, a me il film è piaciuto e dopo averlo visto mi è venuta la voglia di sentirmi un po’ spartano. Ma quel muscoloso bagnante prima di farsi un tatuaggio così impegnativo non poteva cercare di conoscere qualcosa sui veri spartani? Avrebbe scoperto che quei guerrieri avevano un culto del corpo che non prevedeva tatuaggi e tantomeno piercing: nulla doveva togliere naturalezza alla sacralità del corpo.

Invece di tributare un omaggio all’eroismo di Sparta, quel giovane ha mostrato di essere nemico della loro cultura. Lo ha fatto per un’ingenuità da consumatore, inseguendo i canoni di un fumetto reso film. Ma come diceva un vecchio saggio del mio paese: “Quando alcune persone si comportano da stupidi, la colpa e di tutti.”.

Nella mia visione del tatuaggio c’è una categoria ancora più terrificante: quelli che io chiamo ‘gli spensierati’. Si disegnano addosso di tutto, senza curarsi del significato. Immagini tribali, elementi botanici, corpi celesti, fate, lucertole, scrivono il proprio nome forse per non dimenticare come si chiamano, infilano date di nascita, stelle di ogni forma e grandezza. Non gli importa: vogliono solo farsi vedere e simigliare a modelli visti alla tv. Essere uguali, non peggio e non meglio degli altri, sapere bene integrarsi nella massa, non uscire fuori dal gregge per nessun motivo, essere come tutti. Così finiscono insieme, sulla stessa spiaggia, con gli stessi loghi addosso.

Non riesco a capire perché non vengano presi dalla tristezza. Forse per loro è troppo difficile comprendere l’importanza della loro identità. Oggi le persone ‘normali’ sono più rare da incontrare che quelle ‘speciali’. E mi viene in mente la frase di una canzone di Moby: “.nessuno più ci fermerà, perché siamo fatti di stelle.”. Sulla loro pelle c’è la tristezza dei nostri giorni. La tristezza per la totale potenza della globalizzazione, fattore anche benefico perché avvicina individui e culture, ma lo fa a un prezzo troppo caro, banalizzando le tradizioni, mutilando le basi delle culture antiche. Se per essere uniti dobbiamo sacrificare le nostri radici, preferisco rimanere fuori dalla società consumista e continuare a vivere nel mondo dei ricordi dei miei vecchi e portare addosso tatuaggi di una tradizione che non esiste più. E non mi importa, se vengo paragonato a un seguace dei cavalieri medioevali che ancora oggi indossa una corazza. Se questa corazza mi aiuta a mantenere la mia integrità e non perdere i valori e le idee la tradizione dei miei antenati, la prendo come un dono del Signore e la porto a testa alta. Anche se intorno a me sono sempre di meno le persone capaci di conservare e tramandare quella che una volta si chiamava ‘educazione’. Ma io, si sa, vengo da un altro mondo e da un paese che non esiste.

articolo comparso su L’Espresso – 21 agosto 2009
http://espresso.repubblica.it/dettaglio/il-tatuaggio-globale/2107497//2

  1. Christian Giraudo

    Ciao Nikolai, sono fortemente tentato di poter indossare un tuo tatuaggio, perchè con te condivido alcuni valori fondamentali nella mia esistenza, in più amo i tatuaggi che celano un significato, almeno per chi li indossa.
    Dopo aver letto il tuo articolo mi sorge un dubbio; in quanto io sicuramente non appartengo alla cultura siberiana, nonostante il rispetto che per essa porto, quindi che significato ha portare un tatuaggio del genere? Inoltre penso di intuire anche che difficilmente potrò avere il tuo rispetto indossando un tatuaggio lontano dalla mia tradizione.
    Vorrei chiarire che la mia non vuole essere affatto una provocazione, ma bensì una sincera espressione di uno stato d’animo.
    Mi piacerebbe veramente sapere cosa ne pensi.
    Ciao
    Christian

  2. Michele

    Sono pienamente d’accordo con Nicolai e spero di poterlo incontrare prestissimo. Ho anche io diversi tatuaggi ma nessuno in bella vista e tutti hanno un significato per me.
    Quando vedo per la strada rondini o dadi tatuati sul collo di ragazzini che ancora vanno a scuola e di certo non hanno ancora trovato una vera strada che li condurrà verso una loro maturità, mi viene da rabbrividire e da pensare in quale brutto mondo stiamo rotolando. Fatto principalmente di volgarità, di politica urlata, di immagine, di voglia di apparire, di falsità, di globalizzazione che finisce laddove “lo straniero” viene a calpestare il proprio orticello…
    il rispetto e la conoscenza dello straniero e del suo bagaglio di cultura è fondamentale per la costruzione di un futuro migliore.
    un abbraccio sincero

    michele

  3. davide

    ciao nicolai, mi chiamo davide 32 anni, dopo educazione siberiana sto incominciando l’ultimo tuo libro, saltando per ora il secondo. Mi tatuo da quando ho 17 anni e ho un’accozzaglia di simboli, scritte, figure addosso…provenienti da differenti stili (maori, giapponesi, cartoons, ecc..) Pur essendo la prova vivente di quello che hai detto ed essendone consapevole, ogni lettera e ogni”sgorbio” che indosserò per sempre rappresenta parte della mia cosmogonia e del mio vissuto e vi sono affezionato e legato…il mio tatuatore/amico, che spesso filosofeggia sui tattoos anche in maniera impropria, dice che ho una visione un pò punk del tatto….
    i tuoi libri sono splendidi, vorrei visitare la tua terra
    un caro saluto
    davide

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